L’EPIDEMIA HA MESSO A NUDO TUTTE LE CRITICITA’ DEL SSN TRA CUI QUELLE DEL SISTEMA DI EMERGENZA

Com’è noto la scheda 15 del Patto della Salute prevede l’impegno reciproco tra Stato e Regioni per la revisione del DM 70/2015, come previsto dalla stessa norma a quattro anni dalla sua adozione, sulla necessità di revisione del Decreto, aggiornandone i contenuti sulla base delle evidenze e delle criticità di implementazione individuate dalle diverse Regioni, nonché integrandolo con indirizzi specifici per alcune tipologie di ambiti assistenziali e prevedendo specifiche deroghe per le regioni più piccole.

Tra i punti che definirei dolenti del DM 70/2015 c’è sicuramente quello della c.d. trasformazione dei Punti di Primo Intervento che, specialmente nelle regioni più vaste dove ci sono problemi di accesso ai Pronto Soccorso ospedalieri (per le distanze e il tempo di viaggio superiore ai 20′), ha creato gravi problemi formando oggetto anche di numerosi ricorsi amministrativi.

Su questo tema così delicato le regioni si sono mosse in maniera difforme l’una dall’altra, ma addirittura in alcune regioni (es. il Lazio) ogni azienda sanitaria ha organizzato gli ex Punti di Primo Intervento in maniera diversa.

Questa è l’occasione per riconsiderare il Sistema di Emergenza Sanitaria sia nella Fase di allarme che nella Fase di risposta costruendo una rete di strutture di diversa complessità assistenziale e armonizzando l’organizzazione di questo servizio a livello nazionale tenendo conto anche delle indicazioni delle società scientifiche.

Allo scopo di dare un modesto contributo alla questione mi sono permesso di inviare una proposta al Ministero della salute ed una Petizione al Presidente della Camera dei deputati.

In che consiste la proposta:

In primo luogo occorre inquadrare il problema dell’Emergenza Sanitaria Territoriale (d’ora in avanti EST) nella nuova concezione del servizio sanitario che non può essere incentrata nell’ospedale, visto come una struttura autarchica svincolata dalle altre organizzazioni territoriali, ma deve essere quella di un organismo integrato in un contesto sempre più ricco.

Di conseguenza è necessario ridisegnare la rete ospedaliera centrandola sul modello Hub e Spoke, in integrazione con le altri parti del sistema sanitario e in particolare della rete dell’emergenza-urgenza e con quella del territorio (Monitor n. 27/2011 – Rivista Trimestrale dell’AGENAS).

Le articolazioni sul territorio (gli ex Punti di Primo Intervento) del sistema di emergenza-urgenza non possono più afferire al Dipartimento di emergenza e accettazione (DEA), ma esserne parte integrante.

Pertanto, coerentemente con questo principio il Dipartimento di emergenza e accettazione ospedaliero deve essere trasformato in un Dipartimento Integrato di Emergenza (DIE), preferibilmente su base provinciale, cui dovrebbero afferire i mezzi di soccorso ( di base, intermedi ed avanzati), la Centrale Operativa 118, i Punti di Emergenza Sanitaria Territoriale (nuova definizione unica a livello nazionale per gli ex Punti di Primo Intervento), i Pronto Soccorso ospedalieri con OBI generale e pediatrica e la MEU-semintensiva delle aziende (ospedaliere, ospedaliero-universitarie, territoriali, IRCCS e delle aziende regionali 118) che insistono sul territorio.

In sostanza il punto 9.1.5 del D:M 70/2015 potrebbe essere riscritto come segue:

Al fine di assicurare la gradualità delle cure nei territori extra-urbani in cui la distanza dal presidio ospedaliero più vicino comporti tempi di percorrenza pari o superiori a venti minuti possono essere attivati Punti di Emergenza Territoriali, ubicati possibilmente all’interno delle Case della Salute, ma afferenti dal punto di vista organizzativo e funzionale dal Dipartimento Integrato di Emergenza aziendale.

I Punti di Emergenza Sanitarie Territoriale devono essere dotati di risorse adeguate a garantire le seguenti prestazioni:
1) stabilizzazione del paziente in fase critica attivando tramite Centrale Operativa 118 il trasporto presso l’ospedale più idoneo secondo protocolli definiti tenendo conto anche delle Linee guida delle reti tempo dipendenti.
2) effettuare un primo intervento medico in caso di:
a) patologie diagnosticate ed ingravescenti;
b) malesseri non ben definiti;
c) piccoli atti medico chirurgici;
d) accertamenti di diagnostica strumentale semplice.
e) attività operativa
.

I Punti di Emergenza Sanitaria Territoriale in relazione alla popolazione residente e al numero degli accessi possono essere attivi 12 o 24 ore, a seconda dell’intensità della popolazione per tutto l’anno o stagionali e per esigenze straordinarie temporanee (maxi-afflusso di cittadini per partecipazione ad eventi, catastrofi o altre situazioni eccezionali che lo richiedano).

I Punti di Emergenza Sanitaria Territriale devono essere presidiati continuativamente da un medico di medicina generale con attestato di idoneità all’esercizio dell’attività di emergenza sanitaria territoriale rilasciato dalle Aziende a seguito di apposito corso di formazione della durata di almeno 4 mesi per un orario non inferiore a 300 ore, da svolgersi prevalentemente in forma di esercitazione e tirocinio pratico (come da Accordo Collettivo Nazionale vigente) e da un infermiere professionale in possesso di attestato BLS, i quali devono operare in stretto collegamento con la Centrale operativa 118, il Dipartimento Integrato di Emergenza, gli altri servizi di Pronto soccorso ed i mezzi di soccorso.

Conseguentemente anche il 3° comma dell’art.3-quinquies del D.lgs 502/1992 andrebbe modificato come segue:
«Trovano inoltre collocazione funzionale nel Distretto le articolazioni organizzative del dipartimento di salute mentale, del dipartimento integrato d’emergenza e del dipartimento di prevenzione, con particolare riferimento ai servizi alla persona».

Con lettera in data 6 maggio u.s. il Capo del servizio per i testi normativi della Camera dei deputati mi ha comunicato che alla mia Petizione è stato attribuito il n. 472, che è stata annunciata all’assemblea nella seduta del 30 aprile e che è stata assegnata alla XII Commissione (Affari Sociali).