CENSIS: IL 53° RAPPORTO SULLA SITUAZIONE SOCIALE DEL PAESE

Giunto alla 53ª edizione, il Rapporto Censis interpreta i più significativi fenomeni socio-economici del Paese nella fase di eccezionale trasformazione che stiamo vivendo da un decennio. Le Considerazioni generali introducono il Rapporto descrivendo le piastre di sostegno, i soggetti e i processi per arginare la deriva verso il basso. Nella seconda parte, La società italiana al 2019, vengono affrontati i temi di maggiore interesse emersi nel corso dell’anno in una società ansiosa macerata dalla sfiducia: la solitaria difesa di se stessi degli italiani ‒ esito del furore di vivere e di stratagemmi individuali per difendersi dalla scomparsa del futuro ‒, le responsabilità collettive eluse, ma anche i grumi di nuovo sviluppo. Nella terza e quarta parte si presentano le analisi per settori: la formazione, il lavoro e la rappresentanza, il welfare e la sanità, il territorio e le reti, i soggetti e i processi economici, i media e la comunicazione, la sicurezza e la cittadinanza.

Il rapporto degli italiani con la sanità è sempre più improntato a una logica combinatoria: per avere ciò di cui hanno bisogno per la propria salute, si rivolgono sia al Servizio sanitario nazionale, sia a operatori e strutture private, a pagamento. Nell’ultimo anno il 62% degli italiani che ha svolto almeno una prestazione nel pubblico ne ha fatta anche almeno una nella sanità a pagamento: il 56,7% di chi ha un reddito basso e il 68,9% di chi ha un reddito di oltre 50.000 euro annui. Ci si rivolge al di fuori del Ssn sia per motivi soggettivi, per il desiderio di avere ciò che si vuole nei tempi e nelle modalità preferite, sia per le difficoltà di accedere al pubblico a causa di liste d’attesa troppo lunghe. Nell’ultimo anno su 100 prestazioni rientranti nei Livelli essenziali di assistenza che i cittadini hanno provato a prenotare nel pubblico, 27,9 sono transitate nella sanità a pagamento. Marcate le differenze territoriali: il 22,6% nel Nord-Ovest, il 20,7% nel Nord-Est, il 31,6% nel Centro, il 33,2% al Sud. Forte è la pressione della spesa sanitaria privata: per l’81,5% degli italiani pesa molto o abbastanza sul bilancio familiare (il 77,8% di chi risiede nel Nord-Ovest, il 76,5% nel Nord-Est, l’82,5% nel Centro, l’86,2% al Sud).

Per il 41,3% degli italiani stare bene significa trovarsi in uno stato di benessere psicologico, di soddisfazione, tranquillità e felicità. Dieci anni fa solo il 17,4% degli italiani la pensava così. Nella nuova e allargata concezione di benessere che si è affermata nell’ultimo decennio un ruolo significativo spetta alla sessualità. Il 71,4% dei 18-40enni italiani che hanno rapporti sessuali è molto o abbastanza soddisfatto della propria vita, mentre la quota scende al 52,5% tra chi non ha rapporti sessuali. Se una vita sessuale soddisfacente innalza il benessere soggettivo, su un ambito decisivo per la salute come quello della prevenzione sessuale i giovani sono ancora un passo indietro, con comportamenti poco attenti a mettersi al riparo dai rischi. Il 57,9% dei 18-40enni ha fatto sesso senza usare alcun metodo contraccettivo e il 18,2% ha utilizzato il coito interrotto. Solo il 21,6% dei millennial ha sempre utilizzato contraccettivi.

I rischi della svalorizzazione del terzo settore. In Italia ci sono 343.432 istituzioni non profit (+14% tra il 2011 e il 2016) che occupano 812.706 dipendenti (+19,4% nello stesso periodo). Più della metà delle organizzazioni risiede nelle regioni settentrionali (il 28% nel Nord-Ovest, il 23,3% nel Nord-Est), il 22,2% nel Centro, il 26,7% nel Mezzogiorno. La presenza è radicata nei territori, dove il terzo settore svolge una funzione economica e sociale decisiva per le comunità, ma che oggi vive una messa sotto attacco con il relativo rischio di downgrading di fiducia e reputazione nell’opinione pubblica. Tra gli italiani è presente una propensione alla generosità: il 64,1% dei 18-40enni dichiara che gli piace fare qualcosa per gli altri, fare volontariato (il 67,9% delle donne e il 65,9% dei laureati). Tuttavia, affinché questa propensione diventi concreta, occorre che il terzo settore ottenga risultati in ambiti importanti per le persone. Oggi uno dei temi più significativi è quello della relazionalità e della qualità della vita nelle comunità. Il 92% degli italiani dichiara che gli piace o piacerebbe vivere in un contesto in cui le persone si conoscono, si frequentano e si aiutano (il 91,3% nel Nord-Ovest, l’89% nel Nord-Est, il 93,3% nel Centro, il 93,6% al Sud). In un Paese che invecchia rapidamente, dove nascono sempre meno bambini e aumentano le persone che vivono sole, la rete familiare resta il più importante meccanismo di solidarietà tra le persone di diverse generazioni. La capacità di creare relazionalità all’interno delle comunità diventa quindi una priorità. E il terzo settore è uno dei soggetti che può mettere in campo soluzioni.

La solitudine della non autosufficienza. Oggi in Italia le persone non autosufficienti sono 3.510.000 (+25% dal 2008), in grande maggioranza anziani: l’80,8% ha più di 65 anni. Non è autosufficiente il 20,8% degli anziani. Insufficienti e inadeguate sono le risposte pubbliche a un fenomeno destinato a crescere, considerato l’invecchiamento progressivo della popolazione. Il 56% degli italiani dichiara di non essere soddisfatto dei principali servizi socio-sanitari per i non autosufficienti presenti nella propria regione (il 45,5% dei residenti al Nord-Ovest, il 33,7% nel Nord-Est, il 58,2% nel Centro, il 76,5% al Sud). L’onere della non autosufficienza ricade direttamente sulle famiglie, chiamate a contare sulle proprie forze economiche e di cura. Per il 33,6% delle persone con un componente non autosufficiente in famiglia le spese di welfare pesano molto sul bilancio familiare, contro il 22,4% rilevato sul totale della popolazione. Forte è la richiesta delle famiglie di un supporto anche economico: il 75,6% degli italiani è favorevole ad aumentare le agevolazioni fiscali per le famiglie che assumono badanti.

UFFICIO PARLAMENTARE DI BILANCIO: I DIVARI TRA I SERVIZI SANITARI REGIONALI

Fonte: Focus n. 6 UPB – Elaborazione su dati della ragioneria Generale dello Stato

Il Focus n. 6 dell’Ufficio Parlamentare di Bilancio del 2 dicembre 2019 è stato dedicato allo stato della sanità in Italia.

Secondo l’UPB il divario nella quantità e qualità dei servizi forniti dalle singole Regioni è evidenziato da diversi indicatori. La regolazione sempre più rigida e il controllo centrale progressivamente più stringente sulla gestione dei Servizi Sanitari Regionali (SSR) sono stati finalizzati prioritariamente, e con successo, al rientro dai disavanzi; solo con ritardo sono stati diretti a garantire il rispetto uniforme sul territorio dei livelli essenziali di assistenza (LEA), rimanendo a tal fine meno efficaci. La capacità di riorientare i servizi verso assetti più moderni e di riorganizzarli non è stata peraltro uniforme sul territorio. Di conseguenza le Regioni sottoposte a piano di rientro presentano, oltre agli squilibri economici, elevata mobilità passiva e livelli delle prestazioni non soddisfacenti.

Appare ancora insoddisfacente il grado di adempimento da parte della Regione lazio agli obblighi dei LEA.

La mobilità implica un trasferimento di fondi dalle Regioni meridionali, dalle Marche e dal Lazio ad altre Regioni, prima di tutto la Lombardia, e poi l’Emilia Romagna, il Veneto e la Toscana. Le prime così, oltre ad avere meno risorse da investire nei propri SSR, contribuiscono, da un lato, a finanziare i servizi sanitari (e in definitiva il sistema economico) delle seconde e, dall’altro, ad affollarli.

Preoccupa il saldo negativo della mobilità del Lazio evidenziato dal grafico.

Le Regioni con maggiore disavanzo non sono più quelle in piano di rientro, se si eccettua la Calabria, ma quelle a statuto speciale non in piano (tranne la Valle d’Aosta), che non sono obbligate a sottostare ai vincoli di spesa (in termini pro-capite, anche Molise e Valle d’Aosta).

Le regioni che, secondo il nuovo sistema di garanzia, non assicurano i LEA sono tutte quelle del Mezzogiorno, il Lazio, e anche la Provincia di Bolzano, la Valle d’Aosta e il Friuli-Venezia Giulia. Per superare il divario nella capacità di fornire il livello standard di prestazioni che deve essere garantito su tutto il territorio nazionale vanno affrontati, oltre al problema delle risorse, i limiti, presenti soprattutto in alcune aree del paese, in termini di abilità di programmazione, gestionali e organizzative e anche di resistenza alle pressioni della criminalità organizzata. Resta peraltro ancora disatteso l’impegno a superare il rilevante differenziale territoriale nella dotazione di infrastrutture.

Il costo delle prestazioni sanitarie a rilevanza sociale delle aziende sanitarie locali e il costo delle prestazioni sociali a rilevanza sanitaria dei Comuni ne Lazio

Uno dei problemi più sentiti dai pazienti, dai loro parenti, ma anche dagli operatori più attenti, specialmente in alcune regioni, è quello di una insufficiente integrazione socio sanitaria, della presa in carico della cronicità e dell’assistenza agli anziani.

La Regione Lazio, a differenza di altre regioni, purtroppo sin dai primi anni della sua attuazione e anche dopo l’attuazione della riforma sanitaria ha mantenuto separata l’organizzazione dell’assistenza sanitaria da quella sociale con tutti gli inconvenienti che conosciamo e che “La Sapienza” in una inchiesta svolta per conto di Italia Oggi ha fotografato molto bene

Gli strumenti di programmazione a livello regionale sono il Piano Sanitario Regionale (l’ultimo è quello 2010-2012 che prevedeva il riequilibrio ospedale-territorio, la centralità dei Distretto e lo sviluppo dell’assistenza territoriale, poi abbiamo avuto solo dei Piani di rientro) e il Piano regionale degli interventi e dei servizi sociali, approvato solo quest’anno, che avrebbe dovuto essere integrato con il Piano Sanitario Regionale (art. 46 della legge 11/2016).

Tocca poi alle Aziende sanitarie Locali con il Piano Strategico l’attuazione a livello locale delle politiche regionali coinvolgendo gli enti locali.

Il Distretto è la dimensione territoriale in cui si integrano, ai sensi dell’art. 3-septies del D.lgs 502/1992 le prestazioni sociali a valenza sanitaria erogate dai Comuni in forma associata e le prestazioni sanitarie a valenza sociale e a elevata integrazione socio-sanitaria, erogate dal distretto sanitario.

Il Piano Sanitario di zona, che deve essere approvato dalla Conferenza locale sociale e sanitaria, rappresenta lo strumento di programmazione a livello distrettuale con cui vengono individuate le priorità in relazione alle problematiche del territorio, con esso viene definito il quadro finanziario e sono indicate le integrazioni necessarie per realizzare gli obiettivi di benessere socio-sanitario contenuti nel PSR.

A sua volta il Piano sociale di zona deve essere approvato dall’organismo di indirizzo e programmazione dei Comuni del Distretto socio-sanitario d’intesa con l’Azienda USL limitatamente alle attività socio-sanitarie.

È necessario che le programmazioni sociale e sanitaria si confrontino fin dall’avvio del processo con le altre politiche che influenzano salute e benessere sociale (politiche abitative, del lavoro, scolastiche, mobilità.

La spesa delle aziende sanitarie per l’assistenza socio sanitaria (Modello LA Codici 20801-21006) è molto varia passando dai 312 euro della ASL Roma 1, ai 63,85 della Roma 5.

Anche la spesa dei Comuni per la Missione 12 (D.lgs 118/2011) è molto variegata in Italia ma anche all’interno delle stesse regioni passando dai 280 euro pro capite della provincia di Trento, ai 142,58 euro di Ivrea, ai 266 euro della Capitale d’Italia che distribuisce la somma destinata alle politiche sociali come segue:

Nella regione Lazio il livello più basso di spesa per le politiche sociali è raggiunto con i 16 euro del Comune di Castelforte, l’ultimo della provincia di Latina sulle sponde del Garigliano.

Come si capisce vi sono profonde disuguaglianze soprattutto nell’ammontare delle singole voci di spesa previste nei bilanci comunali (infanzia, disabilità, anziani, dipendenze, soggetti a rischio esclusione, famiglia, diritto alla casa).

La dirigenza del Distretto è chiamata a svolgere un lavoro molto importante per integrare i finanziamenti e le altre risorse per dare risposte adeguate alle aspettative dei cittadini.