LA GIORNATA MONDIALE DELLA DISABILITA’

Si è celebrata ieri 3 dicembre in tutto il mondo la Giornata internazionale delle persone con disabilità, proclamata dall’Onu nel 1981 con lo scopo di promuovere i diritti e il benessere dei disabili. 

Istat, Comitato Italiano Paralimpico e Inail hanno anche promosso un’iniziativa congiunta ala presenza del Presidente Matttarella, patrocinata dalla Camera dei Deputati, per far conoscere meglio e in modo rigoroso il mondo della disabilità nel nostro Paese.

Dall’ 1 gennaio 2020 verrà istituito un ufficio permanente per le persone con disabilità a palazzo Chigi: “Sarà uno strumento per coordinare meglio il lavoro delle diverse amministrazioni”.

Saranno di 830 milioni nel triennio i fondi accantonati nella nuova legge di bilancio per le misure a sostengo delle persone disabili: lo annuncia il presidente del Consiglio Giuseppe Conte al termine dell’incontro a palazzo Chigi delle Federazioni che rappresentano le persone disabili Fish e Fand

In occasione della giornata l’ISTAT ha presentato un proprio Rapporto: https://www.istat.it/it/files//2019/12/Disabilit%C3%A0.pdf

UN CONTRIBUTO DAL FORUM AMBROSETTI PER MONITORARE LO STATO DELLA SALUTE DELLA POPOLAZIONE CON TRE SET DI INDICATORI

Di recente il Rapporto 2019 della European House-Ambrosetti Meridiano sanità: Le coordinate della salute, 2019, http://www.ambrosetticlub.eu prendendo spunto proprio dall’obiettivo dell’Agenda 2030 ha fornito tre gruppi di Key Performance Indicators per il monitorare il mantenimento dello Stato di salute della popolazione che si ritiene possano essere utilizzati dalle stesse aziende sanitarie per una autovalutazione:

Capacità di risposta del sistema sanitario ai bisogni di salute
I KPI proposti in questo caso sono:
– Tasso di copertura dei programmi di vaccinazione infantile (vaccini per difterite, tetano e pertosse, per morbillo e per pneumococco), tasso di copertura dei programmi di vaccinazione per gli anziani (vaccino antinfluenzale) e tasso di copertura dei programmi di vaccinazione per adolescenti (vaccino per Human Papilloma Virus – HPV).
– Tasso di copertura degli screening, con riferimento ai programmi di screening a seno e utero.
– Accesso all’innovazione farmaceutica da parte dei pazienti, misurata attraverso il tempo medio che intercorre tra l’autorizzazione per la messa in commercio di un nuovo farmaco e l’effettiva disponibilità sul mercato dello stesso in ciascun Paese.
– Il livello di informatizzazione dei servizi sanitari, misurato attraverso la diffusione dell’e-booking, dell’e-prescription e del Fascicolo Sanitario Elettronico.

Efficacia, efficienza ed appropriatezza dell’offerta sanitaria
In questo caso i KPI considerati sono:
– Efficacia delle cure, misurata attraverso il tasso di sopravvivenza a 5 anni da cancro (indicatore composito costruito considerando i tassi di sopravvivenza al cancro al seno, all’utero e al colon-retto) ed il tasso di mortalità a seguito di infarto acuto del miocardio e di ictus (la sopravvivenza di un paziente colpito da infarto acuto del miocardio o da ictus dipende dalla tempestività ed efficacia del processo diagnostico-terapeutico che inizia con il ricovero).
– Appropriatezza delle prescrizioni, delle prestazioni e dei ricoveri, misurata attraverso il volume di antibiotici prescritti (espresso in dosi definite giornaliere), il numero dei ricoveri (ospedalizzazione evitabili per BPCO, asma e diabete senza complicanze) e delle prestazioni (percentuale di parti cesarei) evitabili.
– Permanenza media in ospedale, misurata come durata media in giorni del ricovero per malattie acute.
– Qualità dell’offerta, indicatore misurato attraverso la durata delle liste di attesa e la valutazione della soddisfazione dei pazienti, utile a comprendere quanto un sistema sanitario riesca a rispondere alle aspettative dei pazienti

Risorse economiche
I KPI analizzati in quest’area sono:
– Propensione ad investire in Sanita, analizzata misurando il tasso di crescita della spesa sanitaria pubblica in % del PIL e la differenza tra il tasso di crescita della spesa sanitaria pro capite e il tasso di crescita del PIL.
– Spesa out-of-pocket, analizzata come % della spesa sanitaria totale.
– Spesa per long-term care, misurata con riferimento alla popolazione over 65.
– Spesa pro capite di protezione sociale per malattia e disabilita, come % della spesa sanitaria pubblica.

LA QUALITA’ DELLA VITA IN ITALIA E LO STATO DEL SISTEMA SALUTE

Il quotidiano “Italia oggi” nei giorni scorsi ha presentato i risultati della sua 21a inchiesta realizzata in collaborazione con l’Università “La Sapienza” in collaborazione con la Cattolica Assicurazioni. L’indagine, come per gli altri anni è stata volta per province ed ha tenuto conto della riduzione del loro numero che da 110 è passato a 107 a seguito della riduzione del loro numero nella regione Sardegna. Per quanto riguarda la salute ci sono state alcune variazioni rispetto al passato in quanto sono stati introdotti nuovi indicatori e ne sono stati abbandonati altri: in pratica per quanto riguarda la salute sono stati aumentati gli indicatori relativi ai posti letto per mille abitanti e quelli relativi alle apparecchiature per la diagnostica, mancano invece quelli relativi al personale con il rapporto tra personale dipendente e posti letto probabilmente anche a causa delle difficoltà in taluni casi di acquisire i dati in maniera distinta per presidio per quanto riguarda gli ospedali gestiti da aziende sanitarie locali. Il primo grafico che ho potuto elaborare grazie alla pubblicazione dell’inchiesta su “Italia oggi sette” il supplemento settimanale del quotidiano che ha curato l’organizzazione è quello sulla qualità complessiva della salute in Italia che conferma purtroppo le molte disuguaglianze tra nord e sud e non solo. Ho provato a sviluppare un ulteriore grafico che prende in esame le province del Lazio.

Come si può vedere le differenze tra la provincia di Roma, collocata al 14° posto e le altre province del Lazio è stridente, anche se queste ultime hanno fatto qualche piccolissimo passo in avanti. Ma i problemi cominciano ad essere più evidenti mano mano che ci addentriamo nelle varie tematiche anche se spiace che gli autori dell’inchiesta non abbiano affrontato gli aspetti dell’assistenza territoriale. Una lunga serie di dati riguarda come accennato i post letto e anche in questo caso ho provato a fare una elaborazione per quanto riguarda le province del Lazio

Posti letto x 1000 abitanti nelle province del Lazio

Come anticipato prosegue la discrasia tra i letti a disposizione dei cittadini della provincia di Roma, dislocati specialmente nella Capitale e il resto del Lazio.
Tale considerazione è confermata dalla stessa deliberazione della giunta regionale n. 149/2007 a seguito dell’accordo per il Piano di rientro sottoscritto il 28 febbraio 2007 nel quale troviamo scritto che “Il quadro regionale dell’offerta assistenziale risulta quanto mai diversificato e squilibrato sul territorio per lo più a vantaggio dell’area metropolitana, dove insiste la grande maggioranza dell’offerta ospedaliera: Istituti di Ricovero e Cura a Carattere Scientifico, Aziende ospedaliere, Aziende universitarie, Ospedali classificati, strutture private accreditate. Ciò determina una debolezza della rete nelle province con disagio per i cittadini e fenomeni di mobilità sanitaria”.
Eppure nella citata deliberazione 149/2007 tra gli obiettivi specifici troviamo (punto 2.1) che si prevedeva un “potenziamento delle attività distrettuali per il governo della domanda orientato a garantire la continuità assistenziale l’accesso alle cure appropriate”, nonché “equità delle prestazioni per tutti i cittadini del territorio regionale” e “sviluppare il massimo dell’efficienza e del rigore sulle risorse disponibili per un ‘efficace rapporto costi/benefici nella salute”
Invece di dare attuazione a queste indicazioni e quindi proseguire nel processo di decentramento avviato durante la gestione Badaloni dall’assessore Cosentino, durante successiva gestione commissariale e per molti anni non sono stati avviati adeguati processi per riorganizzare l’offerta, ma anzi sono stati chiusi molti ospedali sul territorio riducendo la disponibilità di letti e di servizi costringendo i pazienti a pesanti mobilità verso la Capitale.
La fotografia attuale è che anche per quanto riguarda le apparecchiature sanitarie proseguono le disuguaglianze il che si traduce anche in ritardi nelle liste di attesa costringendo spesso i pazienti alla spesa out of pocket .

Ma la cosa che desta maggiore preoccupazione è che, nonostante lo sviluppo degli studi epidemiologici e la disponibilità di dati vi sia uno scollamento notevole tra quelle che sono le cause di morte per tumore e i posti letto per la cura di questa grave malattia come mostrato nel grafico che segue nel quale ho utilizzato i dati forniti nella parte dell’inchiesta sulla sicurezza sociale (morti per tumore tratti molto probabilmente dal Registro nazionale delle cause di morte – RENCAM) e quelli dei posti letto per mille abitanti contenuti nella parte dell’inchiesta dedicata alla salute.

Infine, per i più curiosi, ho provato ad integrare l’inchiesta di Italia Oggi con il rapporto tra personale e popolazione che quest’anno, come ricordato è stato tralasciato. Ho utilizzato gli atti aziendali e, dove erano disponibili nella sezione “Amministrazione trasparente” del sito web, i dati del Conto Annuale, così, sia pur con qualche difficoltà e con numeri talora un poco datati ho ottenuto il seguente risultato

La situazione del personale nel Lazio dal 2007 (anno in cui è iniziato il blocco delle assunzioni previsto del Piano di rientro e dalle altre norme) ad oggi è peggiorata molto e solo nel’ultima parte del 2018 ha cominciato ad essere introdotto qualche elemento per l’inversione di tendenza con il DCA U00045 in data 31 ottobre 2018 e con la successiva determinazione G14180 del 23 novembre 2018 con le quali è stato definito il fabbisogno delle aziende per i prossimi tre anni (2019, 2020 e 2021); peraltro le scelte fatte non sembra che tendano al riequilibrio del rapporto personale/popolazione attese le disuguaglianze mostrate dal grafico precedente che ha come punta l’azienda USL Roma 2 che, grazie all’accorpamento delle ex aziende Roma B e C è arrivata ad avere 8.442 dipendenti (dato fornito dal direttore generale nell’atto aziendale) con un rapporto dell’ 8,42 per mille (anche se ricordiamo che deve gestire tre ospedali), mentre altrove il rapporto è di gran lunga più basso e in molti casi insufficiente.

I DIPARTIMENTI DELLE AZIENDE SANITARIE: ORGANIZZAZIONE E REQUISITI

L’art. 10 del DPR 128/1969 prevedeva che le amministrazioni ospedaliere potessero realizzare, nell’ambito di ciascun presidio, strutture organizzative a tipo dipartimentale tra le divisioni, sezioni e servizi affini e complementari, al fine della loro migliore efficienza operativa, dell’economia di gestione e del progresso tecnico e scientifico.

L’art. 55 della legge 148/1975 ha modificato la norma citata sottolineando l’esigenza di giungere attraverso il dipartimento all’integrazione tra le funzioni territoriali anche socio sanitarie e quelle ospedaliere.

Con DM dell’8 novembre 1976 sono state infine forniti orientamenti per l’attuazione delle strutture dipartimentali ospedaliere e i collegamenti con le altre strutture sanitarie.

In particolare l’art.1 di detto decreto stabilisce che il Dipartimento deve realizzare i seguenti obiettivi:

  • La convergenza di competenze e di esperienze scientifiche, tecniche ed assistenziali di gruppi e di singoli operatori sanitari, per consentire l’assistenza sanitaria completa del malato;
  • L’incremento della ricerca e il collegamento tra didattica e assistenza;
  • Il miglioramento delle tecniche sanitarie a livello interdisciplinare;
  • L’aggiornamento e il perfezionamento professionale degli operatori sanitari di ogni livello, ai fini di un’assistenza sanitaria sempre più qualificata e paritaria per tutti i cittadini;
  • Il superamento delle disfunzioni che determinano tempi lunghi o inutili degenze;
  • L’umanizzazione dei rapporti tra strutture sanitarie, operatori sanitari, utenti del servizio sanitario e loro familiari;
  • La corresponsabilizzazione di tutti gli operatori sanitari sul piano professionale, in relazione alle rispettive mansioni o funzioni anche con riguardo alle esigenze organizzative;
  • I collegamenti tra le competenze ospedaliere e quelle di altre strutture sanitarie per quanto attiene agli interventi di tipo preventivo, curativo e riabilitativo e all’educazione sanitaria.

Il dipartimento di emergenza e accettazione è stato il primo ad essere normato grazie al DPR 27 marzo 1992 secondo le specificazioni contenute nell’Atto di intesa tra Stato e regioni di approvazione delle linee guida sul sistema di emergenza sanitaria

Con l’avvento della riforma sanitaria ed in particolare con l’art. 17 sono state confermate l’organizzazione dipartimentale e il principio del collegamento tra i servizi ospedalieri ed extra ospedalieri della integrazione delle competenze in modo da valorizzare anche il lavoro di gruppo.

Tale impostazione è stato poi ribadita dal D.lgs 502/1992 con il quale l’organizzazione dipartimentale è stata prescelta come modello da utilizzare sia nelle aziende ospedaliere che nelle aziende sanitarie locali[1].

Secondo Guzzanti il dipartimento «è una federazione di unità operative/servizi che mantengono la loro autonomia, indipendenza e responsabilità, così come quella di ciascuno dei soggetti che lo costituiscono e che, nel medesimo tempo, riconoscono la loro interdipendenza, in funzione del raggiungimento di comuni obiettivi ed adottano codici concordati e consensuali di comportamenti clinico-assistenziali, didattici e di ricerca con accettati e condivisi risvolti operativi, collaborativi, etici, medico-legali ed economici».

Secondo il Ministero della salute[2] il Dipartimento è una organizzazione integrata di unità operative omogenee, affini o complementari, ciascuna con obiettivi specifici, ma che concorrono al perseguimento di comuni obiettivi di salute.

Esso, con il supporto di un sistema informativo adeguato alla valutazione della produttività e degli esiti di salute, rappresenta il modello organizzativo favorente l’introduzione e l’attuazione delle politiche di governo clinico quale approccio moderno e trasparente di gestione dei servizi sanitari e costituisce il contesto nel quale le competenze professionali, ponendosi quale fattore critico per il conseguimento degli obiettivi del dipartimento, rappresentano la principale risorsa dell’organizzazione.

L’atto aziendale deve prevedere l’organizzazione dipartimentale di tutte le unità operative presenti.

I dipartimenti previsti espressamente dalla normativa sono: il dipartimento di emergenza sanitaria (Linee guida n.1/1996), il dipartimento di prevenzione (artt.7 e segg. del D.lgs 502/1992), quello di salute mentale (DPR 7/4/1994) e quello materno infantile (DPR 1/3/1994), le cui articolazioni organizzative trovano collocazione funzionale anche nel distretto.

Molte regioni hanno emanato norme sui dipartimenti.

I criteri di aggregazione dei dipartimenti più frequenti sono: per aree omogenee, per branca specialistica, per età degli assistiti, per organo/apparato, per settore nosologico e per momento di intervento sanitario/intensità e gradualità delle cure.

Il dipartimento grazie all’integrazione fisica (spazi, tecnologie, risorse umane), organizzativa (coordinamento delle risorse) e clinica (coordinamento spazio temporale del personale sul medesimo processo) consente di elevare l’efficienza, la qualità dei risultati assicurando il contenimento dei costi.

Possiamo così classificare i dipartimenti in base alla tipologia delle unità operative che ne fanno parte[3]:

  • Aziendale: nel caso in cui sia costituito da unità operative della stessa azienda;
  • Interaziendale: nel caso in cui ne facciano parte unità operative di più aziende.

Un altro tipo di dipartimento è caratterizzato dalla collocazione delle unità operative che lo compongono:

  • Ospedaliero: se in esso sono aggregate solo unità operative ospedaliere;
  • Transmurale: consigliato nelle aziende sanitarie locali, composto da unità operative ospedaliere e territoriali, in genere della stessa disciplina;

Possiamo avere ancora dipartimenti:

  • Funzionali: che non mettono in comune spazi e risorse;
  • Strutturali: che utilizzano spazi e risorse comuni.

Le regioni hanno infine scelto modelli diversi anche per quanto riguarda il tipo di governo dei dipartimenti: forte e gerarchicamente organizzato, oppure con una direzione più debole che si limita a coordinare.

Pertanto le aziende sanitarie locali dovrebbero favorire la creazione di dipartimenti transmurali come quello per l’emergenza integrando, sulla base delle funzioni omogenee svolte, i presidi che sul territorio si occupano di emergenza/urgenza. Una diversa organizzazione sarebbe un errore oltre a creare problemi di ingestibilità.


[1]A. CICCHETTI (a cura di), I dipartimenti ospedalieri nel servizio sanitario Nazionale, Franco Angeli, Milano 2012

[2]Direzione generale della programmazione sanitaria, dei livelli essenziali di assistenza e dei principi etici di sistema

[3]F.PESARESI, I dipartimenti ospedalieri, ASI Editore, Roma, 2000

I POSTI LETTO NELLA REGIONE LAZIO SONO INFERIORI ALLO STANDARD E DISTRIBUITI IN MANIERA DA PENALIZZARE LE PROVINCE

PERCENTUALE PL LAZIO

Nella regione Lazio al fine di rispettare gli standard del famoso DM 70/2015  la programmazione dei posti letto per il biennio 2017-2018 è pari a 17.458 p.l per acuti e 4.097 pl post acuti per un totale di 21.555 pl complessivi.
I posti letto pubblici sono pari a 10.587 per acuti e 435 post acuti per un totale di 11.022 pl pubblici.
Il rapporto pl/1.000 abitanti è pari a 2,99 per gli acuti e a 0,70 per la post acuzie.
Peraltro l’effettiva operatività è inferiore ai dati  programmati.
Conseguente con la pianificazione è anche la programmazione degli interventi di edilizia ospedaliera.

PL LAZIO